Querceti sulle spalle

e così siamo andati per le strade tortuose, senza scarpe senza destinazione. Ci siamo accostati alle montagne per sentirle borbottare e di Maometto non si vedeva che l’ombra di un querceto stagliata sulla grotta di Maria. E questo vagabondo che si appollaia sulle cime del niente sarà mica Gesù, col suo alito vinoso e le mani di un giocatore. A cavallo di un bue abbiamo risalito la cascata perchè non si dica che siamo pigri, noi che spostiamo la mente in un battito di farfalle, le farfalle che non si posano sulla frenetica agitazi one del tuo cuore. Mi sono accostato a te per sentirti borbottare parole fendenti, noi siamo stati una crociata immaginaria. Non credere  che tutto questo non sia pane per profeti e che i maghi vadano a dormire tranquilli. C’è Geppetto che istruisce Giuseppe nella grotta del nostro spirito, gli spiega come infondere l’anima a un burattino qualsiasi e Dimaco al ciglio è un po’ inquieto, che non ha mai riconosciuto il figlio. Noi siamo le finestre che si affacciano sulle radure di qualche bosco tagliato e son rimaste solo le radure e noi piantiamo e seminiamo, ma il terreno quello non lo abbiamo mai rivoltato.

Mi sono accostato a te come un uomo al sole e non mi sono bruciato, come le metafore stanche che ritritano nella mescita di parole un po’ vuote della gente così triste che scrive per sentirsi importante. Si è spento il sole e ho realizzato di non aver mai smesso di cercare la sorgente di quel fiume che mai più risalirò.

ahha ahahahah.

voglio implorarti di amarmi per convincermi ad essere umano,sperimentare gli estremi  è il gusto di odiare la norma. non odiare le tenebre perchè ti spaventano, dovresti imparare da loro a farti illuminare. non odiare il mare, se sono fatto di sabbia, odia gli uomini fatti di roccia che fingono l’erosione e quelli fatti di niente per tirare a campare. noi siamo plancton e ci nutriamo soltanto

della finta assenza.

fdg

ho messo la penna nella fondina. chè il mondo è pieno di parole, e le parole non valgono più niente. però ce ne sono alcune che nessuno le  dice, o meglio, nessuno le combina in un certo modo. inferno della statistica, il numero non corrisponde alla qualità, senza che sia meno importante, gravido di effetti. il ricco ha le parole d’ordine che si pensa debba avere il povero e, perciò, quel che dice il povero ha lo stesso valore relativo. in assoluto, però, alcuni fatti restano ad avere un minimo margine d’errore di interpretazione. e quindi il povero potrà essere non molto povero o poverissimo, ma mai gentilmente ricco. la fondina serve a contenere la saccenza. violarla è un mezzo peccato, di hybris anarco spontaneista. e non pensare che non stia scrivendo per te solo perchè questo non sa nominare, non sa descrivere.

niente passa tutto lascia traccia la voglia di distruggere alza il vento tremano i palazzi che esplodano le chiese e brucino i cimiteri che spazzino le strade tutte le urla gettate al vento le sirene risuonino nelle camere da letto nei bagni si proiettino tutte le ombre tutte le trame oscure custodite nelle casseforti più indegne  splendano nei roghi le promesse che non hanno retto la luce piangano gli alberi dalle radici tutti gli animali infetti si riversino in strada un giorno di fuoco sarà quel giorno in cui ci rincontreremo il giorno che non verrà mai e tutto il dolore sulle spalle dei giganti loro non possono vederlo come non vedo la tua coda che si sposta nella città e va via e vai via con la faccia arrossata e il freddo che ti scuote tutta e non vedo le parole che ti si formano in testa non sento l’odore del tuo cappotto che tieni stretto mentre i passi ti portano dov’è che  imperversa la mia assenza purchè il vento soffi sempre e solo dalla stessa parte stammi assente che eterna è la domanda la furia sui tasti non sublima un bel cazzo di niente le lettere proseguono a stamparsi virtualmente come i giorni seguitano a venirsi addosso a sovrapporsi a uccidersi l un l altro e la violenza fa il suo corso come fosse il ciclo di fondo l’unica continuità la violenza è l’unica continuità la certezza su cui basare questi tasti che si succedono come non fanno più le stagioni e le nostre foglie cadono al momento sbagliato le nostre foglie cadono sena nessun riguardo per l’autunno.

Il discorso che non ho fatto

Avvertiamo l’affanno dei conservatori di sinistra,
neanche più grigi neanche più severi,
inseguire l’ardita sintesi
tra le generazioni
il patto che ci unisce nella piazza e nelle strade
Perbenisti di facciata, che vi spellate le mani ad applaudire i padroni
A condannare le miserie dei poveri
Così pronti a indicare lo straniero, il diverso
Se voi siete i retti noi siamo colpevoli.
Siamo colpevoli di avervi permesso di apparire la maggioranza
Di non avervi fermato quando a Bussi avete creato la discarica abusiva di rifuiuti tossici più grande d’europa
Vi abbiamo permesso di avvelenare per anni la nostra acqua
di negarci il diritto a essere curati
ad avere una casa
vi abbiamo consentito il mi consenta
tramite il sempiterno menefrego
vi abbiamo consentito di spendere 37 miliardi l’anno per uomini e macchine da guerra
e solo un miliardo e mezzo per la cultura
vi abbiamo concesso il monopolio della politica
con la nostra indifferenza
con la nostra difficoltà a rintracciare un’organizzazione politica per cui impegnarsi
con la nostra depressione
questo corteo
questa festa che ha invaso la città
è la dimostrazione che non è più tempo di essere infelici
che la depressione è un lusso dei facoltosi
che la gioia è rivoluzione

è ora di tornare ad interessarsi
a combattere per gli umili da umili
come nani sulle spalle dei giganti
degli uomini e delle donne che qualcuno chiamava briganti
che ci hanno consegnato a prezzo del loro sacrificio
questa carta dei diritti
che oggi come ieri proclama a voce alta
il nostro diritto ad associarci liberamente
cosa volete chiudere?
Solo la porta dietro di voi mentre andate via

Intanto le nostre visioni diverse

contribuiscono a creare

La prospettiva comune